Giornata della memoria – Testimonianza e Foto

Giornata della memoria – Testimonianza e Foto

Per la giornata della memoria voglio dare una piccola anticipazione del lavoro che sto portando avanti ormai da mesi sul contrabbando nelle zone del lago di Como e le sue Valli. Di seguito troverete la testimonianza di Abbondio Canzani di Brienno, classe 1924, deportato all’età di 19 anni.

Se siete interessati a questo lavoro e volete sostenerlo contattatemi, sarei molto contento di ricevere supporto in quanto il progetto è a lungo termine e totalmente autofinanziato.

 

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale passai un lungo periodo nel campo di concentramento di Görlitz, in Germania. Facevo i lavori forzati. Quando nel ’43 Mussolini venne arrestato e il Maresciallo Badoglio messo a capo del governo italiano con l’intenzione di far uscire l’Italia dalla guerra, i tedeschi decisero di deportare i soldati italiani, mettendone alcuni ai lavori forzati ed altri a combattere al loro fianco. Mi trovavo a Merano quando l’8 settembre del ‘43 le truppe della Wehrmacht vennero a prenderci. Ricordo che pioveva che Dio la mandava e passammo tre giorni senza cibo e senza sapere cosa ci sarebbe accaduto. Fortunatamente avevo con me mezzo chilo di alborelle sotto sale che aveva preparato mia mamma e mi sono cibato di quelle. Il terzo giorno ci fecero marciare fino a Bolzano. I soldati tedeschi erano tutti molto giovani, di circa sedici o diciassette anni, mentre io ne avevo diciannove. Ci scortavano armati di mitra in sella ai cavalli. Diversi miei compagni vennero uccisi perché tentarono di scappare. Ricordo che un ragazzo di Lezzeno riuscì nella fuga, lo chiamavamo Muciurèll. Anche lui, in seguito, divenne un contrabbandiere. Quando arrivammo in stazione a Bolzano i nostri comandanti dissero che ci avrebbero portato a Lecco: era tutta una scusa per tenerci calmi. Lo capìi quando vidi le infermiere piangere. Ci vollero undici giorni per arrivare a destinazione, ci facevano scendere dal treno ogni due o tre giorni a sgranchire le gambe, sotto l’occhio attento dei mitragliatori, e ci davano come pasto qualche rapa. Da ognuna di esse ne ricavavano 12 o 13 fette e ne veniva distribuita una a testa. Con quei soldati non si poteva assolutamente parlare, figuriamoci avanzare pretese. Dovevamo arrangiarci. Per poter fare i nostri bisogni facemmo un buco sul fondo del vagone. 
A Görlitz, inizialmente, mi mandarono a coltivare le patate con i contadini, e si stava bene perché quello che veniva coltivato serviva anche al nostro sostentamento: le patate si ammassavano formando delle piramidi che venivano ricoperte di paglia e terra perché non gelassero e, al momento del bisogno, facendo un buco, se ne prendeva la quantità necessaria. Ero comandato da una donna con due figli che faceva le veci del marito andato a combattere. Dormivo sulla paglia di fianco al maiale però sì, devo dirlo, lì si stava benone, si mangiava. Alla domenica c’era l’adunata ed arrivava un graduato tedesco a fare l’appello per vedere se fosse scappato qualcuno. Ma dove volevi andare? Eravamo in mezzo al nulla. In seguito mi mandarono poco distante a costruire i bunker in un campo vicino alla linea di fuoco gestito da feriti di guerra, disabili e mutilati. Lì le umiliazioni erano all’ordine del giorno: i bambini quando passavano ci lanciavano i sassi ed inveivano contro di noi. Sentivo i russi sparare in lontananza e vedevo gente morire tutti i giorni. È stato orribile. Quando la guerra iniziava a volgere al termine venni trasferito a Berlino, sempre ai lavori forzati. Durante i bombardamenti delle truppe alleate ci riparavamo nei bunker sotterranei ed io mi aspettavo di morire da un momento all’altro, immaginando che una bomba colpisse la porta d’entrata del nostro rifugio. A un certo punto decisi di scappare. La guerra ormai stava terminando e non c’era più il pericolo di venire fucilati all’istante. Insieme a due ragazzi di Busto Arsizio tornai fino a Milano a piedi e nascosto nelle botti del vino su camion di italiani che lasciavano Berlino. Una volta arrivato a Como presi il battello e giunsi a Carate Urio in condizioni pietose: con la barba lunga, pieno di pidocchi e con i miei 39 kg. Feci l’ultimo tratto di strada a piedi incontrando diversi amici che non capirono chi fossi. Mia mamma stessa non mi riconobbe e mi ci vollero tre anni per guarire dal trauma. La cosa che mi fa ridere è che lo Stato mi dá 30 euro al mese di indennizzo. 
Ora dimmi, dopo quell’esperienza di cosa mai avrei potuto aver paura?
Fare il contrabbandiere per me fu un gioco da ragazzi.

© All rights reserved – Alfredo Nicoli 2019

Mi chiamo Alfredo Nicoli, sono un fotografo di matrimonio e di ritratto con una grande passione per il reportage e il racconto.

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